lunedì 27 luglio 2009

Genealogia della rivolta

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Se per cambiamento sociale intendiamo relazioni nuove tra le persone, e di conseguenza anche tra le persone e l'ambiente circostante, è evidente che ciò che chiamiamo lotta non contribuisce assolutamente a promuovere rapporti umani egualitari, fraterni e solidali. Di solito la parola lotta si usa per descrivere due azioni differenti tra di loro. Una ha a che fare con la lotta per la sopravvivenza, la lotta quotidiana per assicurare il sostentamento e la riproduzione della vita, lotta che nelle classi popolari richiede il massimo delle energie. Si tratta di una lotta creativa, per la vita. L'altra accezione, quella più frequente tra attivisti e militanti, rimanda alla lotta come guerra o scontro, destinata all'eliminazione di un nemico reale o inventato. La differenza è sostanziale: mentre la lotta come creazione di vita richiede uno sforzo solidale e reciproco tra gli esseri umani, la lotta come logica dello scontro presuppone la creazione di un dispositivo specializzato nella distruzione.

Questo dispositivo presenta necessariamente le caratteristiche di una macchina da guerra, il suo massimo grado di sviluppo è la burocrazia militare, ma lo ritroviamo anche nelle imprese, nella Chiesa cattolica e nell'apparato statale. Divisione di compiti tra chi comanda e chi ubbidisce, tra coloro che danno ordini e coloro che li eseguono, divisione tra la direzione e la base; istituzione di gerarchie piramidali. Sviluppo di una cultura di guerra che consiste nell'invenzione di un nemico per procedere alla sua distruzione ed eliminazione. Prima o poi questa cultura di guerra smette di essere solo una proiezione verso l'esterno e contamina anche il nostro spazio sociale scatenando la caccia alle streghe. [...]
Non è stato forse il dispositivo di lotta-guerra a essere alla base dell'ascesa del capitalismo? Se il meccanismo di lotta tra nazioni, popoli e classi ha favorito l'ascesa del capitalismo non potremo mai uscire da questo sistema adoperando gli stessi meccanismi, dato che, come lo Stato, questi dispositivi costruiscono relazioni sociali capitalistiche. Creare o mantenere il dispositivo di lotta significa rinforzare il capitalismo e lo Stato. Tutte le rivoluzioni vittoriose hanno creato Stati lì dov'erano in crisi o in decomposizione.
D'altra parte, il concetto di lotta, scontro o guerra, presuppone la polarizzazione della società, divide la società in due. Questa logica binaria incatena la molteplicità del conflitto sociale, lo congela solidificando e omogeneizzando ognuna delle parti in lotta. Possiamo chiamare tutto questo militarismo, fascismo, stalinismo o in qualunque altro modo; quel che è certo è che in un tipo di società congelata, la trasformazione sociale si consuma, diventa impossibile poiché richiede esattamente il contrario: fluidità, movimento, slittamento delle posizioni occupate dalle persone e dai diversi settori sociali.
Una delle caratteristiche della dominazione consiste nell'ancorare ogni persona e ogni collettivo a un luogo. Le caserme sono il paradigma di quella immobilità che ben presto si è trasferita nella fabbrica taylorista-fordista. Lì nulla fluisce, niente può cambiare di posto. Il “restare fermi” della maestra detto ai bambini delle scuole sintetizza questa attitudine dei dispositivi di dominio. Diciamo che il dispositivo di lotta distrugge i movimenti sociali, li sterilizza, annulla le loro capacità di movimento. Le élites lo sanno e preferiscono militarizzare le lotte sociali.
Eppure, la lotta è utile perché apre spazi sociali dove i movimenti si sviluppano e crescono, ed è necessaria per frenare le classi dominanti. In questo senso, utilizzare uno stesso termine per riferirci sia alla creazione della vita, alla difesa della vita, sia all'eliminazione di un nemico, crea confusione.
Sarebbe più giusto parlare di guerra o di logica dello scontro per quest'ultimo caso e riservarci il concetto di vita o di speranza per gli sforzi volti a creare un mondo nuovo.
Esiste infine una terza dimensione della lotta: si lotta solo per un breve periodo se per lotta intendiamo lo scontro o la resistenza fisica. Questo breve tempo, che è il tempo delle battaglie, consuma parecchie energie e richiede a sua volta molto tempo e lavoro per riparare i danni subiti, per rimettere in piedi i protagonisti dello scontro. Questo breve tempo di lotta subordina tutta la società o il settore sociale interessato e lo mette al servizio del funzionamento della macchina da guerra. Sia il tempo di preparazione della guerra sia quello dedicato a curare le ferite smettono di essere tempi di ri-produzione della vita, trasformandosi in tempi di produzione per alimentare la macchina da guerra. Insomma la vita si aliena nella distruzione della vita.

Raul Zibechi, Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore, 2003

Cliccando sul titolo del libro troverete il testo completo da scaricare, messo a disposizione dall'editore stesso.

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